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dicembre 9, 2003

Troppi sacrifici per l’Unione, scende il consenso degli italiani



di RENATO MANNHEIMER

 
L’Europa costituisce tradizionalmente una sorta di «valore simbolico» per gli italiani. Per anni - e ancora oggi - l’Ue è stata una delle istituzioni che gode di maggiore fiducia. Ma, come per molti altri «simboli» della politica, nel momento in cui si è passati dalla mera idea alla concreta realizzazione, e sono dunque emerse difficoltà, l’entusiasmo iniziale ha subito una contrazione. Nel 1999, l’Unione Europea rappresentava per quasi il 60% degli italiani «una cosa buona». Oggi la pensa così meno della metà della popolazione. E si è più che raddoppiata - pur restando una netta minoranza - la percentuale di chi vive l’Ue come «una cosa cattiva». Un giudizio espresso più di frequente dai giovani, sotto i 30 anni. L’atteggiamento critico verso l’Ue è manifestato in misura maggiore tra gli elettori del centrodestra: ma si trova ancora più spesso tra chi - come accade per i giovanissimi - non sa se e per chi votare.
Lo scetticismo verso l’Ue è legato, per i comuni cittadini, perlopiù all’euro e alla convinzione - più o meno fondata - che la sua introduzione abbia accresciuto l’inflazione. Al riguardo, è maturata una sorta di delusione, che porta addirittura il 40% (era il 6% nel 1998, prima dell’esperienza dell’euro) a ritenere che l’ingresso nell’Ue influenzi negativamente la propria vita di tutti i giorni. Anche in questo caso, si rileva una critica più intensa nell’elettorato di centrodestra: ma pure nel centrosinistra questo costituisce l’orientamento della maggioranza relativa.
Anche gli italiani sono dunque coinvolti dall’«euroscetticismo»? Non (ancora) nella misura in cui esso appare diffuso in altri Paesi. Restiamo, malgrado tutto, tra i maggiori sostenitori dell’Ue. È certo, tuttavia, che l’atteggiamento critico va diffondendosi sempre più, anche alla luce delle difficoltà di queste settimane nel trovare un accordo sul testo della Convenzione. La maggioranza della popolazione non ha compreso bene (né è molto interessata al riguardo) quali siano i veri nodi su cui è in corso il confronto. Ma ha la percezione che le difficoltà siano gravi e che, in generale, la nostra presenza in Europa non comporta solo vantaggi (come molti pensavano qualche anno fa) ma richiede anche sacrifici, compromessi e, talvolta, rigore.
Non è possibile prevedere se e in che misura questa tendenza si accentuerà nei prossimi mesi, decisivi, come si sa, per la piena realizzazione dell’Unione. È certo, tuttavia, che l’«impulso costruttivo» che viene richiesto in questo momento ai governanti dei vari Paesi membri (e di quelli candidati) dovrebbe forse comprendere anche una adeguata comunicazione in positivo nei confronti delle popolazioni.



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