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ottobre 16, 2003

I Comuni e la Patria: valori coesivi dell’identità italiana


Ottobre 2003 - Indagine SWG per ANCI

Presentata oggi a Firenze l'indagine dell'Istituto di ricerche SWG:
I valori degli italiani. Identità in movimento all'alba del Ventunesimo secolo

Una società in transizione e in movimento, che cerca sicurezze e ragioni d'appartenenza. All'esordio del Ventunesimo secolo, gli italiani si rivelano in 'deficit di fiducia', non tanto sulla propria condizione personale e familiare, quanto sull'andamento dell'economia, sulle forme della socialità, sulla possibilità di adesione al quadro politico istituzionale, sull'identificazione di valori comuni e condivisibili. E tuttavia emergono dal Paese tratti di un'identità effettivamente condivisa, che si fonda su due componenti essenziali: quella più prossima, i Comuni, ed una più valoriale, la patria.
Nei comuni, e nei loro sindaci in particolare, i cittadini si identificano pienamente, a dispetto delle diffidenze che normalmente accompagnano il loro rapporto con la politica. Accanto alla dimensione locale, la parola patria riveste ancora un ruolo coesivo, al di là delle stesse appartenenze politiche: per il 49% degli italiani la patria è un bene irrinunciabile, per l'80% un valore attuale nel quale è possibile identificarsi.
Le nuove tendenze dell'identità italiana emergono da 'Walden - Osservatorio delle dinamiche socio-politiche degli italiani', indagine condotta dall'istituto di ricerche SWG a partire dal '97. Le risultanze della ricerca, raccolte nel volume I valori degli italiani. Identità in movimento all'alba del Ventunesimo secolo, sono state illustrate oggi a Firenze nel corso della conferenza stampa d'apertura della XX Assemblea Annuale ANCI (Associazione Nazionale Comuni Italiani).
È il valore 'patria' a dimostrarsi una granitica ragione di sicurezza per l'opinione pubblica. Dal '97 ad oggi, è cresciuta di 9 punti percentuali la quota di cittadini che riconosce l'attualità del 'valore patria' e l'irrinunciabilità dell'unità nazionale vissuta come anticamera di benessere economico e 'common wealth'.

Coerentemente, cresce e si approfondisce nell'opinione pubblica (con una quota di adesione che va dal 61% del 2002 all'attuale 70%) l'esigenza di un'identità che si nutra di storia e di simboli comuni, attraverso il riconoscimento del ruolo fondante della Resistenza, della Costituzione e degli istituti di democrazia che ne sono scaturiti (partiti e sindacati).

Inoltre, in chi è più forte il senso di identità nazionale, più forte si rivela anche la volontà che essa sfoci in un'Europa solida e sovranazionale. In generale tuttavia, sebbene la fiducia ed il credito verso le istituzioni europee risultino ancora largamente maggioritari nell'opinione pubblica, queste componenti di adesione si sono leggermente mitigate nell'ultimo anno: se nel 2002 il 56% della popolazione condivideva la necessità di trasferire poteri politici ed esecutivi ad un unico soggetto europeo, capace di promuovere un mutamento sociale e politico, anche in chiave alternativa al ruolo svolto dagli USA, quest'anno la percentuale si riduce al 54%.

In linea con quest'ultimo dato, anche l'indice di fiducia degli italiani sui portati positivi della globalizzazione si rivela in calo. Nel 2002 l'adesione dell'opinione pubblica all'idea che la globalizzazione dovesse essere vissuta come fenomeno ineluttabile e, al contempo, vantaggioso in termini economici, politici e sociali, toccava il 60%; oggi si assesta sul 57%.

Il riconoscimento plebiscitario del valore 'patria' si rivela dunque come una sorta di rassicurante compensazione in presenza di profondi indici di smarrimento. L'accesso all'immateriale bene della 'fiducia' non sembra essere uguale per tutti e non manca nell'opinione pubblica una corposa dose di scetticismo e cinismo: tanto sulle peculiarità dell'italico carattere (il 46% degli intervistati ritiene l'italiano naturalmente inadatto all'ordine, impermeabile ai tentativi di riforma e, all'occasione, un po' ladro), tanto sul futuro globalmente inteso (il 64% ritiene che ci si debba ormai abituare all'idea che le risorse sono limitate e che le condizioni di vita sono destinate a peggiorare).

Non rassicurano più abbastanza neanche le potenzialità del progresso scientifico e tecnologico, che assume piuttosto, in ampie porzioni dell'opinione pubblica, una connotazione minacciosa. Mentre le nuove generazioni lanciano segnali più incoraggianti, padri e nonni 'che concretamente hanno in mano le leve del Paese' contrappongono la loro cupa riflessione su costi e benefici dell'eredità illuministica. Alla base del pessimismo e della rabbia sociale degli italiani con più di 54 anni c'è soprattutto la paura di essere 'tagliati fuori', schiacciati dalla competizione in un mondo che sta cambiando troppo velocemente.

Lo strappo generazionale si radicalizza sulla questione 'welfare', scollamento indicativo di quanto il modello attuale abbia fatto il suo tempo e smesso di garantire equità. Emergono quattro segmenti di opinione: gli acerrimi difensori dei diritti acquisiti (una vasta componente); coloro che ritengono necessaria e non più rinviabile una riforma in cui i costi si scarichino su chi lavora a favore del segmento giovanile (una componente non trascurabile); chi chiede un'impostazione liberistica e la fine dell'invasione dello Stato (una componente limitata ma vigorosa); chi infine assiste smarrito e intimorito (una componente vasta e crescente). La maggioranza degli italiani chiede tuttavia che le reti di protezione sociale già esistenti non vengano smantellate: il 48% dei cittadini non considera affatto superato il ruolo dello Stato nei settori pensionistico, scolastico e sanitario. Più in particolare, il 64% dei cittadini chiede che le prestazioni sanitarie restino immutate; mentre, in ambito previdenziale, solo un italiano su tre vedrebbe con favore un ruolo marginale dello Stato.

Nell'attuale contesto di insicurezza, non è dunque casuale che la propensione ad assumersi rischi personali si riduca, insieme al fascino tradizionalmente esercitato dalle professioni autonome: in termini di orientamento generale, la 'propensione al rischio' del Paese passa dal 27% del 2002 al 24% attuale.

Quella italiana si rivela dunque come un'identità nazionale dal carattere sincretico, capace di trovare il suo fondamento nella dimensione locale, ma al contempo sufficientemente aperta da non temere l'assimilazione nel più vasto continente europeo e predisposta all'accoglienza. Gli italiani rivelano una sorta di serena certezza di riuscire a metabolizzare l'altro, il diverso, come dimostra l'atteggiamento di apertura verso il fenomeno dell'immigrazione, costantemente in crescita dal '97 ad oggi.



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