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ottobre 24, 2003 ELETTORI DELUSI PER I TROPPI LITIGI
di PAOLO
POMBENI
IERI è stato un giorno un po' particolare: da un
lato si è visto un Berlusconi che a Strasburgo
trovava la cifra giusta per farsi accettare nel
ruolo di presidente di turno della Ue e dall'altro
si è assistito ad una giornata parlamentare in cui
la maggioranza è andata in tilt due volte, alla
Camera con la bocciatura della candidatura del
prof. Rubbia a presidente dell'Enea e al Senato
con un episodio in cui la Lega ha votato assieme
all'Ulivo un sub-emendamento che sconfessava un
emendamento del relatore di maggioranza sulla
questione dei vincoli alla vendita dei beni
culturali.
Tutto si inquadra in realtà in questo difficile
passaggio in cui la politica comincia a prendere
atto che sta mutando il clima del paese, senza
però che si capisca bene verso quale approdo ci si
dirige. Secondo i sondaggisti dell' Abacus il
consenso al governo è passato nel periodo luglio
2001-giugno 2003 (rilevazioni mensili) dal 58 al
41%, con una percentuale di voti negativi
inversamente proporzionali, perché i "non so" sono
estremamente contenuti (dal 2 al 5%). Il fatto è
che in parallelo la situazione nel confronto sulle
intenzioni di voto nel maggioritario si mantiene
bloccata, con l'attuale maggioranza che passa dal
50,9% del luglio 2001 al 48,0 del giugno 2003 e il
centro-sinistra che passa dal 49,1 al 52,0: numeri
che vogliono dire, se integrati e confrontati con
quell'autentica cabala che è l'analisi delle
intenzioni di voto per il proporzionale, che può
assolutamente succedere di tutto. Lo si vede
benissimo con l'uso di un indicatore sulle
aspettative circa il vincitore che nutre
l'elettorato a prescindere dalle scelte di
ciascuno: sempre al giugno 2003 le previsioni a
favore della maggioranza e dell'opposizione erano
equivalenti.
Se poi si passa ad esaminare il gradimento che i
partiti riscontrano presso i loro elettori si
registra anche qui l'attuale disagio dell'opinione
pubblica: tutti i partiti hanno cali di consenso
(naturalmente in misura differenziata). Per citare
una valutazione di Paolo Natale, un analista
assolutamente affidabile, «l'operato del governo
non ha soddisfatto i cittadini, mentre l'operato
dell'opposizione non ha soddisfatto nemmeno la
metà degli elettori dell'Ulivo».
E' avendo riguardo a questo retroterra che si
possono valutare contemporaneamente le
fibrillazioni quasi impazzite di alcune frange
politiche, così come il rinnovarsi delle strategie
nei politici più avvertiti.
Da un lato si punta a recuperare credibilità al
centro e ad accentuare gli aspetti che una volta
si sarebbero definiti di "rispettabilità" e
"affidabilità". Fini prende di petto una questione
delicatissima come l'integrazione degli immigrati,
Berlusconi a Strasburgo parla da statista
responsabile e lascia perdere le battute, Rutelli
(e un D'Alema appena defilato) cercano di
anticipare il governo sulla questione dell'impegno
militare sotto egida Onu per l'intervento in
Iraq.
Dal versante opposto si preme l'acceleratore sui
vecchi temi che infiammano i cuori delle varie
tifoserie politiche: Bossi si esibisce con il
consueto repertorio che va dalla richiesta
dell'apprendimento del dialetto da parte degli
immigrati all'attacco a "Forcolandia", Violante
torna alle insinuazioni su Berlusconi e la mafia,
tutti si buttano nell'agone sulla televisione "di
parte" con il consueto (stantio) repertorio della
denuncia delle egemonie culturali e dell'appello
al pluralismo e alla libertà di informazione.
Nel mezzo naturalmente c'è il difficile terreno
parlamentare, dove sembra troppo spesso si navighi
a vista, tra piccole furberie e rapidi colpi di
mano per far passare questa o quella piccola frase
che agevola chi deve agevolare e altrettanto
piccole occasionali vendette su persone e
posizioni. Anche se Berlusconi annuncia di voler
correre ai ripari tagliando con la fiducia sulla
Finanziaria lo spazio per queste manovre.
Naturalmente stiamo descrivendo una situazione
con un alto tasso di pericolosità e abbiamo anche
l'impressione che in più di un "luogo", tanto
della società civile quanto di quella politica, si
cominci a pensare che il rischio sta diventando
troppo grande. Che poi questo possa portare
all'individuazione di una via d'uscita da questa
impasse, è tutta un'altra questione.
messaggero, Giovedì 23 Ottobre 2003

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