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ottobre 7, 2003  Il 59% degli italiani boccia la riforma del sistema
Il “no” è radicato soprattutto fra i ceti medi. Il 55% del campione approva lo sciopero proclamato dai sindacati
di NANDO PAGNONCELLI
NEL Barometro della scorsa settimana dicevamo che le pensioni sono un simbolo di sicurezza e un architrave dello stato sociale. La rilevazione di oggi ce ne dà conferma: più di tre quarti degli italiani si sentono personalmente coinvolti dal problema (61% si sente fortemente coinvolto, 16% parzialmente). E’ quindi un problema trasversale che tocca tutti da vicino, chi lavora e chi no, impiegati e casalinghe. Solo i pensionati si sentono un po’ meno coinvolti, ma comunque più del 50% dice che la questione lo tocca personalmente. E’ proprio questa posizione dei pensionati a darci la misura dell’importanza del problema: loro, in fondo, sono a posto e non hanno da temere, tuttavia si preoccupano. Ecco la forte valenza simbolica del tema.
Ma le pensioni sono da riformare oppure no? La risposta degli intervistati è netta: le pensioni sono un costo rilevante ma sopportabile, che necessita solo di piccole correzioni (51%) o addirittura si sostiene che vanno bene così come sono (19%). Solo un quarto degli italiani ritiene indispensabile una riforma. La stessa domanda l’avevamo posta all’inizio dell’anno. I cambiamenti rispetto ad allora sono pochi, ma indicano una crescita della percezione della necessità di una riforma consistente: nel gennaio di quest’anno chi riteneva assolutamente necessaria una riforma delle pensioni era il 20%, oggi è il 25%.
Tutte le caratterizzazioni della riforma sono criticate: non è necessaria da subito (lo pensa il 56%), non risolve i problemi nel futuro (55%) e soprattutto non è equa (61%). Solo sul fatto che introduca cambiamenti graduali c’è invece l’accordo della maggioranza relativa (48%) che da questo punto di vista si sente rassicurata. In definitiva la maggioranza degli intervistati (59%) boccia la riforma, in particolare i lavoratori dipendenti (64%). Vediamo però più nel dettaglio. La riforma è bocciata radicalmente dai ceti medi (impiegati e insegnanti), dalle persone tra i 31 e i 45 anni, dai laureati, ma anche dai disoccupati. Viceversa è promossa dai ceti elevati (imprenditori, professionisti, dirigenti sono gli unici che esprimono una maggioranza a favore della riforma), i lavoratori autonomi si dividono esattamente a metà (46% a favore, altrettanti contro), e la bocciano ma in maniera meno radicale ultrasessantenni e studenti.
La divisione, per quanto non drammatica, è tuttavia evidente: più favorevoli (o meglio meno sfavorevoli) coloro che o sono per diverse ragioni lontani dal problema (gli studenti e gli ultrasessantenni) o ne sono meno toccati perché hanno forme di previdenza integrative o parzialmente diverse da quelle dei lavoratori dipendenti; fra i contrari invece è interessante evidenziare la radicalità delle posizioni dei ceti medi (impiegati, insegnanti, laureati) che fanno il paio con quelle dei disoccupati. Questa maggiore preoccupazione dei ceti medi è un tema che ritorna con prepotenza: lo abbiamo visto a proposito dell’economia, si è ribadito nella fiducia verso le istituzioni, lo ritroviamo per le pensioni. E’ senza dubbio un segnale da prendere in seria considerazione: per stare ad un esempio recente, l’impoverimento della classe media ha caratterizzato la situazione degli Stati Uniti negli ultimi anni. Sembra che anche da noi i ceti medi esprimano timori simili. E’ infine da notare che le preoccupazioni maggiori sono proprio tra coloro che presumibilmente stanno facendo o hanno fatto programmi a medio/lungo termine: tra i 31 e i 45 anni si costituiscono o consolidano le famiglie, si hanno dei figli, si compra la casa, ecc. Questo dà di nuovo il segno della valenza simbolica del tema: il futuro è più incerto per chi se lo sta costruendo.
Dal punto di vista del comportamento elettorale è naturalmente l’elettorato di centrosinistra ad essere più ostile (82% boccia la riforma, solo 13% la condivide). Il centrodestra è invece favorevole (56% la approva) ma con una quota rilevante di contrari (36%). In questa coalizione, come era lecito aspettarsi, sono gli elettori della Lega i più perplessi: 44% approva la riforma, 36% la respinge, ma ben 20% è incerto.
Uno degli elementi forti della riforma è rappresentato dalla possibilità, per chi ha maturato le condizioni per la pensione, di continuare a lavorare ottenendo un incentivo del 32% dello stipendio. Quanti lo sceglierebbero, se fossero in queste condizioni? I lavoratori dipendenti intervistati si sentono poco attratti dall’incentivo: solo 21% lo sceglierebbe, mentre tre quarti andrebbero in pensione. Ci permettiamo di esprimere qualche dubbio su questo risultato: i dati più recenti ci dicono che dei circa 250.000 lavoratori che ogni anno mediamente maturano il diritto alla pensione, ben 100.000 continuano a lavorare. Sembra quindi probabile che la scarsa propensione all’incentivo sia motivata più da un rifiuto generale della riforma che non da una scelta ponderata. Infine lo sciopero proclamato dai sindacati per il prossimo 24 ottobre: 55% degli intervistati approva questa scelta, 61% tra i lavoratori dipendenti. Si tratterà di vedere quindi quanto lo sciopero avrà successo. Dopo di allora si misureranno meglio i rapporti di forza reali.
Il discorso di Berlusconi a reti unificate ha convinto gli italiani? Evidentemente no, vista la contrarietà, anche se non è da sottovalutare il fatto che si sia spostato, rispetto a gennaio, il 5% degli italiani che ora richiede una riforma radicale. Comunque anche tra chi ha seguito tutto il discorso (18% degli italiani), le opinioni rimangono sostanzialmente le stesse: 31% a favore, 64% contro.

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