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ottobre 2, 2003  Previdenza ed energia: il Paese non è convinto
L’opinione pubblica italiana è caratterizzata da alcune convinzioni «radicate», difficili da mutare. Lo si è visto l’anno scorso in occasione del dibattito sull’articolo 18. Se ne ha conferma oggi in relazione alla questione del nucleare e a quella delle pensioni. Spesso i politici tentano di persuadere i cittadini a mutare (o a formarsi) certe convinzioni. Ma sono ostacolati in questo dalla sfiducia che gli elettori nutrono nei loro confronti: una diffidenza ancor più forte se vengono affrontati temi riguardo ai quali il sentimento comune è diffuso e «radicato». L’atteggiamento ostile ai politici si è ripresentato in occasione del recente blackout e del successivo rimpallo di accuse, sino alla non chiarezza di chi fossero le colpe dei disagi sopportati.
La maggioranza relativa attribuisce le responsabilità al funzionamento insufficiente dei servizi pubblici e in generale ai «politici». Una quota minore ipotizza che il blackout sia stato dovuto al caso, con una curiosa accentuazione di questa opinione tra gli elettori del centrodestra: ancora una volta, forse, l'orientamento politico costituisce uno stimolo nella formazione dei giudizi, specie quando è difficile comprendere ciò che davvero può essere accaduto. Altri ancora sospettano l'esistenza di un complotto o simili: non con l'intensità delle prime ore (quasi metà degli italiani aveva pensato ad un attentato) ma con una diffusione comunque notevole. Ma, come si è detto, la maggioranza accusa i «politici»: un giudizio ancor più accentuato proprio tra chi si dichiara lontano dalla politica e indeciso se e per chi votare: anche la disistima su alcuni servizi pubblici contribuisce a portare costoro all'astensione.
I politici vengono presi di mira perché «discutono sempre e non prendono mai le decisioni»: l'immagine prevalente è che essi abbiano un'ottica limitata nel tempo («pensano solo a farsi rieleggere») e nello spazio («ognuno guarda solo il suo orticello»). La cattiva opinione nei confronti dei decisori politici - giustificata o meno - costituisce un connotato rilevante nella cultura del nostro Paese, con implicazioni sui comportamenti sociali e sulle scelte elettorali. Ciò limita fortemente la possibilità dei politici di far cambiare opinione ai loro elettori. E' il caso della questione dell'energia nucleare, ma, come vedremo, anche delle pensioni. Subito dopo il blackout molti si sono domandati se gli italiani avessero cambiato idea rispetto al referendum che, qualche anno fa, mostrò una maggioranza contraria a mantenere centrali nucleari nel Paese. I dati suggeriscono che gli italiani sono ancora oggi tendenzialmente contrari al nucleare, anche se le opinioni appaiono spesso confuse e contraddittorie.
La maggioranza dichiara che la decisione contraria al nucleare si è rivelata giusta, anche se insufficiente perché il pericolo rimane a causa della vicinanza delle centrali francesi. Forse per questo, gran parte ritiene addirittura che non bisognerebbe nemmeno importare più energia dalla Francia. Al tempo stesso, però, poco meno della metà è del parere che la bocciatura del nucleare sia stata una scelta sbagliata. Grossomodo il 20%, dunque, ha risposto in modo incoerente, mostrando una (più che comprensibile) poca chiarezza di idee al riguardo. Forse una «vera» campagna elettorale potrebbe orientare in maniera più precisa i cittadini, verso l'una o l'altra posizione. In ogni caso, il blackout ha «colpito» fortemente gli italiani. Tanto che molti, grossomodo la metà, si sono lamentati del fatto che il Cavaliere non ne abbia fatto cenno nel suo intervento televisivo: anche nel centrodestra una quota rilevante (circa un quarto) ha espresso questo parere.
Ma qual è stato l'effetto del discorso del Presidente del Consiglio sulle pensioni? I primi dati suggeriscono come, malgrado la sua qualità tecnica, sia dal punto di vista del linguaggio , sia da quello del tono e della regia, il messaggio non sia riuscito a spostare le convinzioni radicate tra gli elettori. Che - lo si era notato anche in passato - sono sin qui contrari ad interventi di riforma. Ancora oggi, la maggioranza assoluta, indipendentemente dal partito votato, si esprime contro l'innalzamento dell'età pensionabile e per aspettare la verifica della riforma Dini nel 2005. Anche per questo, forse, grossomodo metà degli italiani dichiara di aderire allo sciopero indetto dai sindacati. Ed è significativo il fatto che questo orientamento sembrerebbe contare anche sul supporto di grossomodo un terzo dell'elettorato di centrodestra.
Lo stesso Berlusconi, peraltro, è consapevole della difficoltà dell'opinione pubblica - compresa buona parte dell'elettorato di centrodestra - ad accettare un mutamento della disciplina pensionistica. Per questo ha deciso di rivolgersi direttamente alla «gente», anche per evitare la sfiducia che, come si è visto, viene generalmente espressa per i politici. Ma, diversamente dalla contesa elettorale - quando la mobilità potenziale, la disponibilità a spostarsi tra diverse opzioni, era relativamente elevata - i risultati ottenuti dal Presidente del Consiglio di fronte alle opinioni «radicate» in materia pensionistica appaiono sin qui insoddisfacenti. Beninteso, lo scetticismo non dipende tanto dalla capacità persuasiva di Berlusconi (che, come si è detto, ha realizzato un intervento esemplare dal punto di vista tecnico) quanto nel diffuso sospetto degli italiani ad affrontare una riforma delle pensioni.
E' vero dunque che la maggioranza relativa dei votanti per il centrodestra si dichiara convinta dal discorso del Presidente. Ma un quarto non lo è. E se era scontato che chi vota centrosinistra fosse di difficile persuasione, appare forse più preoccupante per il Cavaliere il fatto che appare scettico anche chi si dichiara di «centro» o è indeciso su se e che cosa votare. Proprio il segmento decisivo per l'esito elettorale.
di RENATO MANNHEIMER
Il Corriere della Sera

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