NON è riuscito a convincere gli italiani, il premier
Berlusconi, sulla riforma delle pensioni presentata dal governo. Nonostante la
consumata abilità di "usare" il video.
Ha messo in gioco la sua
credibilità personale. E la faccia. Uno strumento prezioso, per la sua strategia
del consenso. Peraltro, dal punto di vista mediatico, la sua prestazione di
lunedì scorso, è apparsa efficace, come sottolinea il sondaggio Demos-Eurisko,
pubblicato oggi su Repubblica. Da vero professionista della
videopolitica.
Alla maggior parte degli italiani, infatti, nel messaggio
tenuto a reti unificate egli è apparso abile, furbo, chiaro e comprensibile; ma
anche autorevole. Non solo un illusionista, un seduttore, ma un vero leader, che
si rivolge al Paese, direttamente, per promuovere una legge impopolare.
Giustificandone la necessità e al tempo stesso assumendosene la responsabilità,
in prima persona. Senza, per una volta, chiamare in causa le colpe degli altri:
l'opposizione, i comunisti, i giudici. I "cattivi" di sempre. Gli "indiani" del
western che, con poca fantasia, continua a interpretare narrando della vita
politica nazionale.
Non per questo ha spostato gli umori dell'opinione
pubblica. Che, anzi, rispetto a qualche mese, si dimostra più ostile nei
confronti della riforma del sistema previdenziale proposta dal governo.
All'inizio di luglio, il dissenso verso il progetto era espresso dal 62% degli
italiani; oggi si è allargato ancora, anche se di poco; coinvolge il 65% degli
intervistati.
Si conferma, quindi, la contraddizione che attraversa la
società, la cui larga maggioranza appare persuasa che il sistema previdenziale,
così com'è, non possa reggersi senza intraprendere quelle riforme, che,
peraltro, essa non intende accettare. Non è riuscito a ridurre questa
incoerenza, Berlusconi. La distanza fra il senso di responsabilità generale e le
resistenze quando entrano in gioco gli interessi personali, fra gli italiani,
restano ampie. Più di prima.
E
neppure è riuscito, fino ad oggi, a ridimensionare il dissenso, la reattività
sociale, tanto che quasi il 60% dei cittadini si dice d'accordo con lo sciopero
generale proclamato dai sindacati confederali e il 34% di essi è disponibile a
partecipare a manifestazioni di protesta contro la riforma.
Il che
ripropone una situazione particolarmente scomoda e sgradita a un leader abituato
a "pensare come la gente". Berlusconi, che ama veleggiare spinto dal "desiderio
popolare", è costretto a navigare contro il vento dell'opinione pubblica. Non è
la prima volta. Gli era già accaduto la primavera scorsa, durante la lunga crisi
internazionale che preparò e accompagnò l'intervento militare dell'alleanza
guidata dagli Usa contro l'Iraq di Saddam Hussein. Allora la sua "fedeltà" alla
politica di Bush si scontrò con l'opinione pubblica, decisamente avversa alla
guerra. Come oggi.
Scelse, in quell'occasione, di uscire dalla porta di
servizio. Da un lato, si eclissò; ridusse per settimane la presenza sui media,
quasi volesse eludere, dissimulandosi, il contrasto evidente che lo divideva
dalla "gente". Dall'altro, intraprese una linea ambigua: l'adesione senza
partecipazione; il sostegno alle ragioni dell'intervento ma senza intervenire.
Scelse di non scegliere e di non apparire. Per poter sorridere, sempre: a Bush e
agli italiani. Con la conseguenza di venir percepito dagli italiani come alleato
degli americani, e dagli americani come un italiano. Quindi, poco affidabile.
Questa volta, però, il caso è diverso. Perché il contrasto con
l'opinione pubblica avviene non su decisioni assunte da soggetti esterni,
seppure amici, come gli Usa. Avviene, invece, attorno a un progetto disegnato e
voluto dal governo; dal "suo" governo; di cui egli si è fatto garante. In prima
persona.
Gli è difficile, questa volta, tornare indietro, ma anche
ripiegare, rendendo ancor più "progressiva" l'applicazione della riforma. O,
peggio, depotenziandone ulteriormente i contenuti. Perché diverrebbe un segno,
un altro, della sua incapacità di governare, di decidere in modo responsabile,
come ci si attende da una maggioranza così maggioritaria, in Parlamento;
confrontandosi e, se necessario, scontrandosi con l'opinione pubblica, invece di
inseguirne gli umori, i sentimenti e i risentimenti.
Tuttavia, le
difficoltà, per Berlusconi, non giungono solo dall'opinione pubblica. I
contrasti sulla riforma previdenziale rimangono forti anche nella sua
coalizione. Dove la Lega, An, l'Udc esprimono posizioni diverse e divergenti
(sulle pensioni di anzianità e di invalidità, sulle norme che riguardano il
pubblico impiego), che riflettono la profonda eterogeneità degli interessi
territoriali e sociali rappresentati.
Non potrà, peraltro, Berlusconi,
contare sull'opposizione, a sua volta divisa internamente, circa l'opportunità e
il modo di intervenire sulla materia; e poco disposta ad aiutare Berlusconi in
una vicenda ad alto rischio, come questa. Anche se, fra gli stessi elettori di
centrosinistra, la posizione di chi ritiene opportuno negoziare in Parlamento,
per cambiare la legge, è decisamente maggioritaria; e prevale in modo evidente
sugli orientamenti più irriducibili.
Così, questa volta, Berlusconi si
ritrova da solo; a fronteggiare le resistenze di una maggioranza in via di
balcanizzazione e di un'opposizione priva di una strategia unitaria, tentata di
nuovo di agganciarsi al convoglio sindacale. Di spostare sulla protesta nella
piazza la difficoltà di operare in modo efficace in Parlamento. Ma soprattutto,
quel che più conta, il premier deve, questa volta, sfidare il dissenso popolare.
Il che non costituisce una condizione necessariamente sfavorevole, per un
leader. Altri, in Europa, hanno affrontato l'impopolarità, su questo argomento,
senza esserne travolti. In Francia, il primo ministro Raffarin ha avviato e
concluso il percorso di una riforma delle pensioni largamente avversata dai
cittadini. I quali continuano a considerare tutt'ora con malessere la legge, ma
hanno comunque apprezzato la condotta determinata di Raffarin, fino ad allora
accusato (come Berlusconi) di parlare molto e decidere poco o nulla. Tanto che
l'indice di fiducia del primo ministro, dopo una flessione, ha ripreso a
crescere.
Così, per Berlusconi l'accidentato percorso
della riforma potrebbe rappresentare un significativo mutamento di immagine,
associando la sua immagine a una questione di interesse generale invece che
privato (e aziendale). Si tratterebbe di una svolta politica, dopo anni di
impolitica. Coerente, peraltro, con la commedia recitata, con successo,
nell'ultimo decennio. Prevede, sulla scena, due personaggi, soli: Berlusconi e
l'Opinione Pubblica.
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