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ottobre 5, 2003

Se il Cavaliere va controvento


Già sulla guerra la gente la pensava diversamente dal premier
ma ora la frattura è decisamente più rilevante

Se il Cavaliere
va controvento

di ILVO DIAMANTI

NON è riuscito a convincere gli italiani, il premier Berlusconi, sulla riforma delle pensioni presentata dal governo. Nonostante la consumata abilità di "usare" il video.

Ha messo in gioco la sua credibilità personale. E la faccia. Uno strumento prezioso, per la sua strategia del consenso. Peraltro, dal punto di vista mediatico, la sua prestazione di lunedì scorso, è apparsa efficace, come sottolinea il sondaggio Demos-Eurisko, pubblicato oggi su Repubblica. Da vero professionista della videopolitica.

Alla maggior parte degli italiani, infatti, nel messaggio tenuto a reti unificate egli è apparso abile, furbo, chiaro e comprensibile; ma anche autorevole. Non solo un illusionista, un seduttore, ma un vero leader, che si rivolge al Paese, direttamente, per promuovere una legge impopolare. Giustificandone la necessità e al tempo stesso assumendosene la responsabilità, in prima persona. Senza, per una volta, chiamare in causa le colpe degli altri: l'opposizione, i comunisti, i giudici. I "cattivi" di sempre. Gli "indiani" del western che, con poca fantasia, continua a interpretare narrando della vita politica nazionale.

Non per questo ha spostato gli umori dell'opinione pubblica. Che, anzi, rispetto a qualche mese, si dimostra più ostile nei confronti della riforma del sistema previdenziale proposta dal governo. All'inizio di luglio, il dissenso verso il progetto era espresso dal 62% degli italiani; oggi si è allargato ancora, anche se di poco; coinvolge il 65% degli intervistati.

Si conferma, quindi, la contraddizione che attraversa la società, la cui larga maggioranza appare persuasa che il sistema previdenziale, così com'è, non possa reggersi senza intraprendere quelle riforme, che, peraltro, essa non intende accettare. Non è riuscito a ridurre questa incoerenza, Berlusconi. La distanza fra il senso di responsabilità generale e le resistenze quando entrano in gioco gli interessi personali, fra gli italiani, restano ampie. Più di prima.


E neppure è riuscito, fino ad oggi, a ridimensionare il dissenso, la reattività sociale, tanto che quasi il 60% dei cittadini si dice d'accordo con lo sciopero generale proclamato dai sindacati confederali e il 34% di essi è disponibile a partecipare a manifestazioni di protesta contro la riforma.

Il che ripropone una situazione particolarmente scomoda e sgradita a un leader abituato a "pensare come la gente". Berlusconi, che ama veleggiare spinto dal "desiderio popolare", è costretto a navigare contro il vento dell'opinione pubblica. Non è la prima volta. Gli era già accaduto la primavera scorsa, durante la lunga crisi internazionale che preparò e accompagnò l'intervento militare dell'alleanza guidata dagli Usa contro l'Iraq di Saddam Hussein. Allora la sua "fedeltà" alla politica di Bush si scontrò con l'opinione pubblica, decisamente avversa alla guerra. Come oggi.

Scelse, in quell'occasione, di uscire dalla porta di servizio. Da un lato, si eclissò; ridusse per settimane la presenza sui media, quasi volesse eludere, dissimulandosi, il contrasto evidente che lo divideva dalla "gente". Dall'altro, intraprese una linea ambigua: l'adesione senza partecipazione; il sostegno alle ragioni dell'intervento ma senza intervenire. Scelse di non scegliere e di non apparire. Per poter sorridere, sempre: a Bush e agli italiani. Con la conseguenza di venir percepito dagli italiani come alleato degli americani, e dagli americani come un italiano. Quindi, poco affidabile.

Questa volta, però, il caso è diverso. Perché il contrasto con l'opinione pubblica avviene non su decisioni assunte da soggetti esterni, seppure amici, come gli Usa. Avviene, invece, attorno a un progetto disegnato e voluto dal governo; dal "suo" governo; di cui egli si è fatto garante. In prima persona.

Gli è difficile, questa volta, tornare indietro, ma anche ripiegare, rendendo ancor più "progressiva" l'applicazione della riforma. O, peggio, depotenziandone ulteriormente i contenuti. Perché diverrebbe un segno, un altro, della sua incapacità di governare, di decidere in modo responsabile, come ci si attende da una maggioranza così maggioritaria, in Parlamento; confrontandosi e, se necessario, scontrandosi con l'opinione pubblica, invece di inseguirne gli umori, i sentimenti e i risentimenti.

Tuttavia, le difficoltà, per Berlusconi, non giungono solo dall'opinione pubblica. I contrasti sulla riforma previdenziale rimangono forti anche nella sua coalizione. Dove la Lega, An, l'Udc esprimono posizioni diverse e divergenti (sulle pensioni di anzianità e di invalidità, sulle norme che riguardano il pubblico impiego), che riflettono la profonda eterogeneità degli interessi territoriali e sociali rappresentati.

Non potrà, peraltro, Berlusconi, contare sull'opposizione, a sua volta divisa internamente, circa l'opportunità e il modo di intervenire sulla materia; e poco disposta ad aiutare Berlusconi in una vicenda ad alto rischio, come questa. Anche se, fra gli stessi elettori di centrosinistra, la posizione di chi ritiene opportuno negoziare in Parlamento, per cambiare la legge, è decisamente maggioritaria; e prevale in modo evidente sugli orientamenti più irriducibili.

Così, questa volta, Berlusconi si ritrova da solo; a fronteggiare le resistenze di una maggioranza in via di balcanizzazione e di un'opposizione priva di una strategia unitaria, tentata di nuovo di agganciarsi al convoglio sindacale. Di spostare sulla protesta nella piazza la difficoltà di operare in modo efficace in Parlamento. Ma soprattutto, quel che più conta, il premier deve, questa volta, sfidare il dissenso popolare. Il che non costituisce una condizione necessariamente sfavorevole, per un leader. Altri, in Europa, hanno affrontato l'impopolarità, su questo argomento, senza esserne travolti. In Francia, il primo ministro Raffarin ha avviato e concluso il percorso di una riforma delle pensioni largamente avversata dai cittadini. I quali continuano a considerare tutt'ora con malessere la legge, ma hanno comunque apprezzato la condotta determinata di Raffarin, fino ad allora accusato (come Berlusconi) di parlare molto e decidere poco o nulla. Tanto che l'indice di fiducia del primo ministro, dopo una flessione, ha ripreso a crescere.

Così, per Berlusconi l'accidentato percorso della riforma potrebbe rappresentare un significativo mutamento di immagine, associando la sua immagine a una questione di interesse generale invece che privato (e aziendale). Si tratterebbe di una svolta politica, dopo anni di impolitica. Coerente, peraltro, con la commedia recitata, con successo, nell'ultimo decennio. Prevede, sulla scena, due personaggi, soli: Berlusconi e l'Opinione Pubblica.

(La Repubblica, 5 ottobre 2003)


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