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LISTONE.
ANCHE MUSSI ASPETTA SOLO UN CENNO PER DIRE
SÌ
Per Fassino
effetto band wagon
Fabio Mussi non è convinto che il referendum
proposto da Piero Fassino sia la strada
giusta per decidere su lista unica e partito
riformista e, «francamente», non capisce «le
ragioni di questo tardivo innamoramento per
la democrazia diretta in luogo della
democrazia delegata» (dove il riferimento è
anche al referendum non consumato, quello
che nel dicembre scorso il correntone aveva
invocato senza successo per schierare la
Quercia contro la guerra senza se e senza
ma). Per questo oggi il coordinatore del
postcorrentone chiederà in direttivo che la
discussione su proposta Prodi e sviluppi sia
affidata alla discussione di un congresso
tematico. Altrettanto farà anche l'altra
anima della minoranza, la sinistra di
Socialismo 2000 e del 14 luglio. La
differenza è che l'area di Mussi&Folena
chiede soprattutto dibattito («e nessuno si
fa illusioni sull'esito della discussione»,
spiega Famiano Crucianelli) ma continua a
mostrare segnali di apertura («Vediamo cosa
ci viene a dire Fassino», conclude Mussi),
mentre all'idea di listone e partito unico
Salvi&co. scalpitano oggi e ancor di più
scalpiteranno domani. Tradotto in termini di
schieramento: i primi sono già mentalmente
preparati a fare la minoranza di sinistra
della Cosa riformista, i secondi sono già
con un piede dentro Izqueirda unida. «Col
referendum - dice Alfiero Grandi - il
segretario mette la fiducia sulla sua linea
politica, utilizzando uno strumento
pericoloso che ci mette di fronte
all'alternativa prendere o lasciare e, a
quel punto, qualcuno potrebbe anche decidere
di lasciare».
Del resto, per Fassino non ci sono
alternative alla consultazione degli
iscritti. Gli uomini più vicini al
segretario confermano che, tanto più dopo il
bagno di folla di Bologna, il futuro della
Quercia passerà per il referendum, il cui
quesito sarà formulato in modo da permettere
agli iscritti di esprimersi e sulla lista e
sul partito che verrà. Il congresso tematico
poi, spiegano i fassiniani, è proprio
l'ultima delle opzioni possibili: «A quel
punto si fa un congresso con tutti i
crismi», dicono, ma la battuta vale solo
come provocazione. Un congresso di rinnovo
dei gruppi dirigenti è un'ipotesi che il
postcorrentone teme come la peste perché se
adesso, pur senza padri nobili, può ancora
fare la minoranza col trenta per cento, con
una nuova conta rischierebbe di ritrovarsi
più che dimezzato. Sarà referendum, dunque.
E dal «dibattito» Mussi&Folena si
aspettano soprattutto che Fassino offra un
buon appiglio per consentire anche a loro di
sposare la causa prodalemiana. Perché dopo i
sì convinti di Veltroni e Bassolino al
partito riformista e il sì con se e ma di
Cofferati, i colonnelli sopravvissuti non
hanno la forza, e probabilmente nemmeno
l'intenzione, di fare campagna per il no,
anche se così facendo rischiano di
consegnare ai "laburisti" un bel po' di
consensi («Siamo pronti a rappresentare
tutti i contrari all'operazione», dice
Luciano Pettinari). Ma davanti a questa
prospettiva, con il no imbracciato dai soli
izquierdisti, qualcuno al Botteghino gode:
«A differenza della Bolognina, stavolta nel
nuovo partito ci porteremmo appresso solo
chi ha approvato fino in fondo la
svolta».
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