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settembre 23, 2003
LISTONE. ANCHE MUSSI ASPETTA SOLO UN CENNO PER DIRE SÌ


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23 Settembre 2003
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LISTONE. ANCHE MUSSI ASPETTA SOLO UN CENNO PER DIRE SÌ
Per Fassino effetto band wagon


Fabio Mussi non è convinto che il referendum proposto da Piero Fassino sia la strada giusta per decidere su lista unica e partito riformista e, «francamente», non capisce «le ragioni di questo tardivo innamoramento per la democrazia diretta in luogo della democrazia delegata» (dove il riferimento è anche al referendum non consumato, quello che nel dicembre scorso il correntone aveva invocato senza successo per schierare la Quercia contro la guerra senza se e senza ma). Per questo oggi il coordinatore del postcorrentone chiederà in direttivo che la discussione su proposta Prodi e sviluppi sia affidata alla discussione di un congresso tematico. Altrettanto farà anche l'altra anima della minoranza, la sinistra di Socialismo 2000 e del 14 luglio. La differenza è che l'area di Mussi&Folena chiede soprattutto dibattito («e nessuno si fa illusioni sull'esito della discussione», spiega Famiano Crucianelli) ma continua a mostrare segnali di apertura («Vediamo cosa ci viene a dire Fassino», conclude Mussi), mentre all'idea di listone e partito unico Salvi&co. scalpitano oggi e ancor di più scalpiteranno domani. Tradotto in termini di schieramento: i primi sono già mentalmente preparati a fare la minoranza di sinistra della Cosa riformista, i secondi sono già con un piede dentro Izqueirda unida. «Col referendum - dice Alfiero Grandi - il segretario mette la fiducia sulla sua linea politica, utilizzando uno strumento pericoloso che ci mette di fronte all'alternativa prendere o lasciare e, a quel punto, qualcuno potrebbe anche decidere di lasciare».
Del resto, per Fassino non ci sono alternative alla consultazione degli iscritti. Gli uomini più vicini al segretario confermano che, tanto più dopo il bagno di folla di Bologna, il futuro della Quercia passerà per il referendum, il cui quesito sarà formulato in modo da permettere agli iscritti di esprimersi e sulla lista e sul partito che verrà. Il congresso tematico poi, spiegano i fassiniani, è proprio l'ultima delle opzioni possibili: «A quel punto si fa un congresso con tutti i crismi», dicono, ma la battuta vale solo come provocazione. Un congresso di rinnovo dei gruppi dirigenti è un'ipotesi che il postcorrentone teme come la peste perché se adesso, pur senza padri nobili, può ancora fare la minoranza col trenta per cento, con una nuova conta rischierebbe di ritrovarsi più che dimezzato. Sarà referendum, dunque. E dal «dibattito» Mussi&Folena si aspettano soprattutto che Fassino offra un buon appiglio per consentire anche a loro di sposare la causa prodalemiana. Perché dopo i sì convinti di Veltroni e Bassolino al partito riformista e il sì con se e ma di Cofferati, i colonnelli sopravvissuti non hanno la forza, e probabilmente nemmeno l'intenzione, di fare campagna per il no, anche se così facendo rischiano di consegnare ai "laburisti" un bel po' di consensi («Siamo pronti a rappresentare tutti i contrari all'operazione», dice Luciano Pettinari). Ma davanti a questa prospettiva, con il no imbracciato dai soli izquierdisti, qualcuno al Botteghino gode: «A differenza della Bolognina, stavolta nel nuovo partito ci porteremmo appresso solo chi ha approvato fino in fondo la svolta».



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