Istituto Carlo Cattaneo....Fondazione di ricerca...
ANALISI
DELL'ISTITUTO CATTANEO
Bologna, 2 settembre 2003
Non c'è alcuna possibilità che
un eventuale referendum sul «lodo Berlusconi»,
una volta proposto agli elettori, possa avere successo
A seguito dei più recenti e
fallimentari tentativi di abrogare leggi in vigore mediante referendum si è
riaperta la discussione intorno alla vitalità di questo istituto. Non manca chi,
all’apparenza inconsapevole delle insidie e dei fallimenti cui va incontro,
vorrebbe nuovamente intraprendere la stessa strada per porre di fronte agli
elettori un tema di enorme rilievo per la democrazia italiana come quello del
conflitto di interessi e dei suoi riflessi sulla politica della giustizia.
Altri, muovendo proprio dalla consapevolezza di queste insidie, propongono di
modificare le regole del gioco abolendo o riducendo il quorum previsto dalla
costituzione. Sia i primi sia i secondi potrebbero trarre qualche utile spunto
di riflessione dall’analisi che segue.
Si tende spesso a considerare
la tendenza verso la crescita dell’astensionismo un fenomeno lineare. Tale
probabilmente è, nel medio termine. Tale tendenza però non si esprime in maniera
omogenea per tutti i tipi di elezioni. Il tasso di partecipazione non è mai
stato e non è oggi uguale per le elezioni politiche nazionali, per le elezioni
europee, per le comunali, le regionali o i referendum. Non solo: è importante
considerare che i trend di decremento della partecipazione non sono
ugualmente rapidi per ciascuno di questi tipi di elezioni.
Il discorso è ancor più
complesso per quanto riguarda i referendum, in relazione ai quali appare a prima
vista improduttivo provare a rintracciare una qualche tendenza univoca.
Come viene messo in evidenza
dal grafico che segue, è invece importante distinguere i referendum in tre
categorie. Dopo averlo fatto, emergono delle regolarità davvero sorprendenti (fig.
1).
Della
prima categoria fanno parte i referendum su cui tutti i principali partiti o
componenti di partito hanno preso una posizione netta, avendoli promossi o
essendo stati costretti a politicizzarli per difendere loro interessi vitali o
i confini del loro territorio di caccia elettorale. Si tratta anche di
referendum in cui sono state messe a confronto o semplicemente sono state
testimoniate in forma quasi unanime convinzioni di fondo sui diritti
individuali, sulla distribuzione del reddito o sulle istituzioni politiche. È
il caso dei referendum su divorzio (1974) e aborto (1981), sul finanziamento
pubblico dei partiti (1978) o sulla scala mobile (1985). È il caso anche del
referendum di indirizzo del 1989 per il conferimento di poteri costituenti al
Parlamento europeo o quello del 1993 sul sistema elettorale del Senato che
sancì il passaggio al metodo maggioritario. Si tratta di referendum su
questioni ritenute fondamentali che sono in grado di sollecitare il
massimo grado di partecipazione.
In una
seconda categoria ricadono i referendum che hanno riguardato decisioni di
politica pubblica di rilievo, che pur promosse da piccoli gruppi sono state
tematizzate e fatte oggetto di prese di posizione da parte di tutti i
principali partiti. Tuttavia, o per il loro contenuto, o per una deliberata
strategia di comunicazione degli opinion leader tesa a metterli in secondo
piano, vengono percepiti come secondari e richiamano alle urne
tendenzialmente solo le persone in qualche misura interessate, informate o
prossime ai circuiti della partecipazione politica. È il caso dei referendum
sul nucleare e sulla responsabilità civile dei giudici (1987), sulla
preferenza unica (1991), sulle tv e la rappresentanza sindacale (1995),
sull’abolizione della quota proporzionale (1999).
Una
ulteriore categoria è costituita dai referendum che sono stati percepiti,
anche per effetto delle strategie di comunicazione pubblica degli opinion
leader e dei partiti, come marginali, come un affare privato di gruppi
minoritari, di fronte ai quali anche una quota rilevante di elettori
politicamente motivati ha ritenuto che sarebbe stato meglio non fossero stati
indetti. Si tratta dei referendum «dei verdi» e «dei cacciatori» (1990), «dei
radicali» (1997 e 2000), o «della Cgil» (2003).
L’ipotesi
che viene qui avanzata è che l’opinione pubblica, anche sulla base degli stimoli
che riceve dai mezzi di comunicazione di massa e dalle posizioni prese dai
leader politici, tende a classificare intuitivamente i referendum in una di
queste tre categorie. La prova che, nella percezione degli elettori, si
tratti di tre categorie distinte di referendum è data, oltre che dalla
plausibilità logica dell’ipotesi, dalla straordinaria regolarità con cui si
ritrovano allineati i tassi di partecipazione (fig. 1). Si noti che uno stesso
tema, quello istituzionale ad esempio, può passare da una categoria all’altra, a
seconda dei tempi e dei modi della sua inclusione nell’agenda pubblica. Nel 1991
(prima di tangentopoli) non riscuoteva che l’interesse degli elettori in
qualche modo informati e inclini a partecipare. Nel 1993, quando venne percepito
come un modo per esprimersi sui fondamenti della politica. Nel 1997 e nel
2000, annegato in una serie di altre issues, è stato rubricato nella categoria
dei referendum «privati». Ciascuna categoria attrae una quota diversa di
elettori. Il trend di decremento della partecipazione è più contenuto nel caso
della prima categoria, che segue sostanzialmente la linea di tendenza della
partecipazione alle elezioni politiche. È invece molto più rapido per le altre
due.
Naturalmente, come si è detto, il fatto che un referendum ricada – nella
percezione degli elettori – in una di queste tre categorie dipende anche dalle
strategie dei leader politici. Inizialmente suggerita da Marco Pannella a
Bettino Craxi in occasione del referendum del 1985 sulla scala mobile, è stata
poi varie volte giocata la carta dell’astensionismo strategico da parte
degli oppositori dei referendum. Ferma la necessità del raggiungimento del
quorum del 50% dei votanti per la validità dei risultati, chi si oppone può
farsi forte di un astensionismo naturale crescente e vanificare con
sforzi quindi decrescenti l’iniziativa dei suoi antagonisti. Così mentre
questa strategia non fu sufficiente a Craxi per vanificare il referendum del
1991 sulla preferenza unica, lo è stata per i proporzionalisti di vari
orientamenti in occasione del referendum del 1999.
Si noti che
oggi, in una fase di partecipazione elettorale calante, i partiti che volessero
mettere a repentaglio la validità di un referendum, non hanno necessariamente
bisogno di propagandare in maniera esplicita e martellante l’astensione. Se è
una intera coalizione (o quasi) a preferire che il referendum risulti
inefficace, è sufficiente che i leader di quella coalizione evitino di
pronunciarsi sul merito. In questo modo il referendum verrebbe percepito
dall’opinione pubblica come non fondamentale e con tutta probabilità il
quorum non verrebbe raggiunto.
fig.1.
Percentuale di votanti su elettori per tipo di referendum, dal 1974 al 2003.
Ciò
premesso, è possibile chiedersi se sia plausibile che un eventuale referendum su
una o più leggi riconducibili ai conflitti di interesse del Presidente del
Consiglio possa avere un esito positivo per i promotori.
Ipotizziamo che si realizzi la circostanza auspicata dai promotori, e che un
referendum su quei temi assuma nella percezione degli elettori un rilievo
paragonabile a quello dei referendum che hanno segnato la storia della Prima
Repubblica (quelli che per intenderci ricadono nella nostra prima categoria).
Anche in questo caso, sulla base dei trend rilevati dal grafico 1, possiamo
dare per certo che il totale degli elettori (di ogni orientamento
politico) effettivamente mobilitabili non superi il 74% degli aventi diritto
al voto. Anche nel caso dei referendum storici il tasso di
partecipazione si è mantenuto infatti costantemente al di sotto della
partecipazione alle politiche di circa 7-8 punti percentuali. È peraltro
plausibile ipotizzare che tale tasso naturale di astensionismo
aggiuntivo colpisca in misura sostanzialmente eguale gli elettorati del
centro-destra e del centro-sinistra (stiamo ipotizzando che si tratti di
referendum su una questione «fondamentale» capace di coinvolgere anche
elettori poco informati e poco interessati alla politica).
Ipotizziamo inoltre che tutti gli elettori che nel 2001 alla camera
hanno votato per il centro-sinistra o per la lista Di Pietro siano orientati a
sostenere i referendum anti-Berlusconi. Al netto dell’astensionismo
atteso, e cioè se consideriamo che almeno un 8% di quegli elettori, per
ragioni per cosi dire fisiologiche, non voterà per il referendum, il
centro-sinistra può contare, al massimo, sul 33,5% degli aventi diritto al
voto.
Ipotizziamo inoltre che i leader della casa della libertà decidano di
rispondere a questa iniziativa suggerendo ai propri elettori di non recarsi
alle urne, anche per evitare di dover difendere apertamente, nei confronti dei
loro elettori, le leggi ad personam in questione.
Date tali
circostanze ipotetiche – le prime due altamente favorevoli ai promotori, la
terza non favorevole ma ormai scontata – affinché si raggiunga il quorum e
l’esito del referendum possa essere considerato dunque come una vittoria
dei proponenti, questi ultimi dovrebbero convincere circa otto milioni e
mezzo di elettori che nel 2001 hanno votato per il centro-destra a votare, di
fatto, contro il Presidente del Consiglio. Recandosi alle urne,
infatti, che decidano di votare SÌ o NO al referendum, finirebbero con tutta
probabilità per contribuire alla abrogazione di una di quelle leggi che,
secondo una esplicita dichiarazione dell’interessato al Parlamento Europeo,
sono state necessarie per difendere il Presidente del Consiglio dagli attacchi
di una componente politicizzata della magistratura.
In breve: i
promotori del referendum, affinché quest’ultimo sia valido, seppure riuscissero
a farlo diventare oggetto di una disputa al calor bianco, capace di coinvolgere
emotivamente tutto l’elettorato potenzialmente attivo in occasioni simili, oltre
a portare alle urne tutti gli elettori del centro-sinistra, dovrebbero
convincere anche il 47% degli elettori del centro-destra ad andare a votare.
Questa
prospettiva risulta assai poco plausibile sulla base di quanto sappiamo in
merito ai comportamenti e agli atteggiamenti politici. Tutti i più approfonditi
studi condotti negli ultimi anni segnalano infatti una limitatissima mobilità
elettorale tra i due blocchi, che potrebbe essere forse incrinata in occasione
di consultazioni non immediatamente attinenti alla formazione della
rappresentanza politica, ma certamente non in quelle dimensioni.
È
plausibile immaginare che ben 8 milioni e mezzo di elettori di centro-destra si
rechino alle urne (per votare Sì oppure No, è irrilevante), ben sapendo che
andando a votare permetterebbero al referendum di raggiungere il quorum, mentre
se invece non si recano a votare il referendum verrebbe vanificato, ottenendo un
risultato certo equivalente alla vittoria del No? Questa ipotesi NON appare
affatto plausibile. Per far fallire il referendum sarà sufficiente un minimo di
propaganda da parte dei partiti di centro-destra a favore dell'astensione (al
fine di rendere i propri elettori edotti del suo significato politico e delle
sue conseguenze) o semplicemente il loro silenzio, che renderebbe il tema meno
saliente sul piano comunicativo, provocando un crollo della partecipazione
sia tra gli elettori di centro-destra sia tra quelli di
centro-sinistra.
Piergiorgio
Corbetta, direttore di ricerca Istituto Cattaneo: 0462 230571 – 340 5921850
Sintesi
Anche nel
caso di un eventuale referendum sul «lodo Berlusconi» il problema per i
promotori non sarà tanto quello di ottenere una maggioranza di Sì sui votanti,
quanto quello di convincere il 50% più uno degli aventi diritto al voto ad
andare a votare. L’analisi dell'Istituto Cattaneo dimostra che questo obiettivo
è in pratica irraggiungibile.
Attualmente
gli elettori in Italia sono circa 50 milioni. Perché il referendum sia valido è
dunque necessario che 25 milioni si rechino alle urne.
Dei 50
milioni di elettori una parte non va a votare. Tale quota fu, alle elezioni
politiche del 2001, del 18,6%. Sappiamo peraltro che ai referendum un'ulteriore
quota di elettori non si reca alle urne.
Tale
«astensionismo aggiuntivo» varia a seconda del tipo di referendum, a seconda
della sua rilevanza così come è percepita da parte dell’elettore. Possiamo
infatti classificare i referendum del passato in tre categorie a seconda che
abbiano riguardato: a) temi ritenuti fondamentali dall’opinione pubblica,
che sono stati in grado di sollecitare il massimo grado di partecipazione (es.
divorzio - 1974, aborto - 1989, scala mobile - 1985, sistema elettorale del
Senato – 1993); b) questioni ritenute secondarie (es. responsabilità
civile dei giudici - 1987, preferenza unica - 1991, sulle tv e la rappresentanza
sindacale - 1995); c) temi marginali (es. sulla caccia ed i pesticidi -
1990, il complesso dei referendum del 1997, recente referendum su art. 18...).
Per ognuno di questi tre tipi l’analisi dell'Istituto Cattaneo ha stimato quale
potrebbe essere oggi (in una situazione di trend decrescente della
partecipazione elettorale) la partecipazione degli elettori.
Nell’eventualità, per loro molto favorevole, ancorché incerta, che i promotori
riuscissero a far considerare a tutti gli elettori questo referendum
«fondamentale», il bacino dei potenziali partecipanti (di centro-destra e
di centro-sinistra) sarebbe comunque inferiore di almeno 7-8 punti percentuali
rispetto alla quota di elettori che si recarono alle urne per le politiche del
2001. Non vi sono peraltro ragioni per ritenere che l’astensionismo aggiuntivo,
in occasione di referendum su questioni «fondamentali», pesi in misura
significativamente maggiore tra le fila del centro-destra che tra le fila del
centro-sinistra.
Questo vuol
dire che, se si usa come base di riferimento il voto alle politiche del 2001, i
partiti oggi potenzialmente favorevoli al Sì (Ulivo, Rifondazione e Lista Di
Pietro) possono contare, nella migliore delle ipotesi, sulla partecipazione al
referendum di circa 16 milioni e mezzo di loro elettori (di elettori che
nel 2001 avevano votato per loro). Per arrivare al quorum di 25 milioni
mancherebbero ancora 8 milioni e mezzo di votanti all’appello.
Possiamo
però agevolmente presumere che per varie ragioni i leader del centro destra si
proporrebbero di scoraggiare la partecipazione dei loro elettori piuttosto che
fare una esplicita campagna a favore del NO. Cosicché, affinché il referendum
risulti valido, i promotori, oltre a convincere ad andare a votare tutti gli
elettori del centro-sinistra, dovrebbero portare alle urne, contro
l’orientamento palese o implicito dei loro leader, anche 8 milioni e mezzo di
elettori della Casa delle Libertà, cioè quasi la metà (per l'esattezza il 47%)
degli elettori del centro-destra potenzialmente attivi in una consultazione
referendaria.
A parere dei ricercatori dell'Istituto Cattaneo
questa ipotesi NON è affatto plausibile. Per far fallire il referendum sarà
sufficiente un minimo di propaganda da parte dei partiti di centro-destra a
favore dell’astensione (al fine di rendere i propri elettori edotti del suo
significato politico e delle sue conseguenze) o semplicemente il loro silenzio,
che renderebbe il tema meno saliente sul piano comunicativo, provocando un
crollo della partecipazione sia tra gli elettori di centro-destra sia
tra quelli di centro-sinistra.
Il ragionamento sopra illustrato può essere
sintetizzato in termini ancora più semplici come segue: poiché, sulla base
dell’andamento dei votanti ai precedenti referendum, si può ipotizzare un tasso
di astensionismo «fisiologico» di almeno il 30%, sarà sufficiente che a questa
percentuale si aggiunga un altro 20% di astensionismo «strategico» da parte di
elettori di centro-destra per raggiungere il 50% di astensione e quindi la
vanificazione del referendum.
Fonte:
Istituto Cattaneo.
Centro-sinistra: Ulivo, Lista Di Pietro, Svp
Centro-destra: Casa delle libertà, Democrazia europea, Fiamma tricolore